L’altra faccia di un “mito”

Nel cinquantesimo anniversario dalla morte di Ernesto “Che” Guevara de la Serna – ancora oggi di moda sulle magliette, icona di sinistra che piace anche a certa “destra” – un consiglio di lettura per andare oltre il “mito”.

Il brano che segue è tratto da “Il libro nero del comunismo” (Milano, 1998).

Fidel Castro faceva continuamente riferimento alla Rivoluzione francese: se la Parigi dei giacobini aveva avuto Saint-Just, L’Avana dei guerriglieri aveva Che Guevara, la versione latinoamericana di Necaev.

Di buona famiglia, nato a Buenos Aires nel 1928, Ernesto Guevara percorre da giovanissimo il continente sudamericano. Affetto da asma cronica, termina gli studi di medicina dopo aver compiuto in motocicletta un periplo tra le pampas e la giungla dell’America centrale. Conosce la miseria in Guatemala all’inizio degli anni Cinquanta, all’epoca del regime progressista di Jacobo Arbenz che viene rovesciato dagli americani, e Guevara comincia a odiare gli Stati Uniti. «Per la mia formazione ideologica appartengo a coloro i quali credono che la soluzione dei problemi di questo mondo si trovi dietro quella che viene chiamata la cortina di ferro», scrive a un amico nel 1957.Una notte del 1955, in Messico, Guevara incontra un giovane avvocato cubano in esilio che si prepara a rientrare a Cuba, Fidel Castro, e decide di unirsi a quei cubani che sbarcheranno sull’isola nel dicembre del 1956. Nominato comandante di una «colonna» si fa presto notare per la sua durezza: un ragazzo, un guerrigliero della sua unità, che ha rubato un po’ di cibo viene fucilato immediatamente, senza alcun processo. «Partigiano dell’autoritarismo fino al midollo», per usare le parole del suo ex compagno dei tempi della Bolivia Régis Debray, Guevara vorrebbe imporre da subito una rivoluzione comunista ma si scontra con i numerosi comandanti cubani autenticamente democratici.

Nell’autunno del 1958 Guevara apre un secondo fronte nella piana di Las Villas, al centro dell’isola, e ottiene un successo clamoroso attaccando a Santa Clara un treno di rinforzi militari inviato da Batista: i militari fuggono rifiutandosi di combattere. Una volta conseguita la vittoria gli viene affidato l’incarico di «procuratore», ed è lui che decide delle domande di grazia. La prigione della Cabaña, in cui Guevara officia, diventa teatro di numerose esecuzioni, soprattutto di ex compagni d’armi conservatisi democratici.

Nominato ministro dell’Industria e presidente del Banco nacional de Cuba (la banca centrale), Guevara coglie l’occasione per mettere in pratica la sua dottrina politica imponendo a Cuba il «modello sovietico». Dichiara di disprezzare il denaro ma sceglie di abitare in un quartiere residenziale dell’Avana; ministro dell’Economia ma totalmente privo delle più elementari nozioni economiche, finirà per causare la rovina della banca centrale. È invece più a suo agio nell’istituire le «domeniche di lavoro volontario», frutto della sua ammirazione per l’URSS e la Cina, di cui saluterà con entusiasmo la Rivoluzione culturale. Régis Debray osserva: «E’ stato lui e non Fidel a ideare nel 1960, sulla penisola di Guanaha, il primo “campo di lavoro correzionale” (noi diremmo di lavoro forzato)…».

Nel suo testamento Guevara, da buon allievo della scuola del terrore, elogia «l’odio, che rende l’uomo un’efficace, violenta, selettiva e fredda macchina per uccidere». «Non posso essere amico di qualcuno che non condivida le mie idee», confessa Guevara, che in omaggio a Lenin ha chiamato il proprio figlio Vladimir. Dogmatico, freddo e intollerante, il «Che» (è un’espressione argentina) non ha nulla da spartire con la natura calorosa e aperta dei cubani. A Cuba è uno degli artefici dell’irreggimentazione della gioventù, sacrificata al culto dell’uomo nuovo.

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