Da “Je suis Charlie” a “Kill Charlie”

Charlie insomma, secondo i medici, i giudici ed il Ministro Johnson, deve essere ucciso. Non ci inganniamo utilizzando la diversa e più accettabile locuzione “deve essere lasciato morire”: nessun neonato si alimenta da sé, certo il biberon non è considerato dispositivo medico; non avremmo dubbi – morali e giuridici – nel sostenere che non alimentare un neonato equivale ad ucciderlo. Non c’è differenza ontologica fra togliere a Charlie il sondino e non allattare mia figlia. Vi sono molti temi che la vicenda lascia aperti e sui quali fermarsi un attimo a riflettere. Per esigenza di sintesi vorrei sollevarne due. Il primo è quello della tendenziale confusione odierna tra guarire e curare. La malattia ritenuta inguaribile allo stato attuale della medicina non è una malattia incurabile, anzi tutto il contrario! Il malato inguaribile è colui che versa in uno stato di debolezza e vulnerabilità maggiore e per questo è più bisognevole di cure; qui si concretizza il senso più alto ed umano della medicina – prendersi cura della vita sofferente e del malato. Non è ciò che facciamo tutti con i nostri cari, affetti da forme di malattie degenerative ad oggi inguaribili come ad es. il Parkinson o l’Alzheimer? Il secondo tema è la strisciante cultura dello scarto, che serpeggia nelle pieghe del pensiero debole moderno e si riconnette al paradigma della qualità della vita, cioè al modello di pensiero che, dimentico della singolare dignità di ogni essere umano, ritiene solo alcune vite “degne di essere vissute”. (Carlo Introvigne, www.centrostudilivatino.it, 07/07/2017)

Sembra che tutto abbia concorso, negli ultimi sei mesi, a realizzare una sorta di “accanimento tanatologico” nei confronti del piccolo Charlie, una gara, da parte di giudici e medici, volta ad assicurare la soluzione più rapida possibile al suo caso, mettendo a tacere ogni rigurgito di speranza dei genitori, così come ogni spiraglio di luce sulla possibilità di successo di una terapia che, benché sperimentata solamente sui topi e per un ceppo di malattie diverse da quella sofferta dal neonato inglese, a detta dello stesso Professore responsabile della sperimentazione in corso negli USA, interpellato ad hoc dai genitori di Charlie, avrebbe potuto, almeno teoricamente, apportare benefici alle sue condizioni generali di salute. Vero è che dopo che veniva richiesta l’autorizzazione per procedere alla sperimentazione della terapia su Charlie, nel gennaio scorso, l’encefalopatia epilettica di cui soffre creava, attraverso reiterate crisi, ulteriori e gravi danni celebrali; tuttavia quello che qui si vuole discutere attiene piuttosto, e sempre, alla possibilità di decidere quando e come mettere fine alla vita di un essere umano indifeso. All’uopo, pare opportuno considerare alcuni punti critici che emergono dalla considerazione complessiva di questa vicenda, per molti aspetti paradigmatica. (Elio Sgreccia, Ut Vitam Habeant, 02/07/2017)

Lo stesso esito che in Italia ebbe un caso opposto, quello di Eluana Englaro. Per Charlie è stata determinante la nomina di un guardian (lo ha spiegato bene il Foglio), nel caso Englaro lo è stata la nomina di un tutore allineato alla decisione del padre Beppino di non farla più assistere: in entrambi i casi ai giudici non è spettato che indagare la “posizione legale” senza entrare nel merito delle due vicende. Per Eluana venne usato l’alibi dell’autodeterminazione delegata a un terzo (la stessa che con la disciplina per i minori prevista dalle Dat realizzerebbe un’eutanasia di non consenziente, non essendo di fatto il paziente a decidere), ma per Charlie questo potere decisionale delegato ai genitori non sarebbe valido. Per Eluana il padre ha chiesto la morte, per Charlie i genitori hanno chiesto la vita. Due casi opposti, stessa sentenza. Cosa accadrebbe a un Charlie Gard in Italia, dunque? Quello che accade già ora, mentre per la prima volta nel nostro ordinamento sta passando una legge che afferma in modo esplicito il principio della disponibilità della vita umana contro quello della sua indisponibilità. (Caterina Giojelli, Tempi, 30/06/2017)

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