Nel tempo di un attimo

Le stelle stavano schiarendo. Possibile che fosse l’alba? Di già? Stavano facendo il cambio della guardia alla tomba. Cassio sogghignò. Il cerimoniale consisteva nello svegliare alcuni dei dormienti toccandoli dentro nelle costole. Due uomini parvero spaventati. Forse pensavano che fosse il Nazareno morto, a risvegliarli. No, lui continuava a dormire; in quello i morti se la passavano meglio dei vivi. Le stelle stavano veramente schiarendo. Spirava anche un venticello adesso, una brezza leggera, il primo vento del mattino. No, non così leggero. Soffiava piuttosto forte. Cresceva di potenza, soffiando in modo costante, con una strana nota acuta. E soffiava Da ogni direzione contemporaneamente. Le guardie erano in piedi, si guardavano intorno; chi dormiva si svegliò, saltarono su e cominciarono a blaterare e a urlare, Cassio lo sapeva perché le loro bocche erano spalancate; non riusciva a sentire nulla, eccetto il suono del vento. Poi, cominciò il tremore. Ma non come il terremoto del giorno prima: niente ondeggiamento sotto i piedi, niente aria pesante, non dava l’idea che qualcosa si stesse rimescolando nella profondità della terra. Quel tremore veniva dall’alto, come se i cieli si stessero scuotendo e avvitando, come se ruotassero su se stessi. E il suono del vento copriva la terra come un mantello. La tenda del cielo si strappò da cima a fondo e la terra gemette, e Cassio si avvinghiò alle rocce con tutte le forze: sarebbe passato; era solo un terremoto… Scese un fulmine, piovvero saette a raffica sulle rocce, raffiche accecanti, e la roccia là sotto era viva di vita propria, la pietra della tomba uscì obbediente, scivolò fuori e in alto, si rigirò a mezz’aria e ruotò vertiginosamente, e le raffiche di fulmini volteggiarono, diventarono uno solo, presero forma e si mossero, alte come una montagna e tutte scintillanti e luccicanti: sfere, cerchi e disegni che si muovevano sulla tomba e nella tomba e tutt’intorno a essa, in una gloria di luce intensa, intollerabile e struggente. Poi all’improvviso, Cassio capì che era tutto finito. La cosa che capì subito dopo fu che era durato pochissimo, solo pochi istanti, solo un istante, un istante breve. Stava espirando ora, ed era il respiro che aveva inspirato quando aveva iniziato a sentire lo strano suono acuto. Era successo in un respiro, il tempo di un battito del polso, in un attimo. Le guardie non erano morte, come Cassio aveva pensato. Si alzarono da terra vacillando e incespicando, barcollando come ubriachi, ma vive. Rimasero in piedi, fissando con lo sguardo inebetito la tomba aperta e la pietra che si era andata a posizionare pochi passi più in là. Quindi si voltarono e corsero via. Il posto era immerso nel silenzio. Solamente la pietra gridava. La pietra sola dava testimonianza. Cassio sapeva che doveva scendere. Non c’era altro da fare che scendere. Si sentiva stordito e nauseato. Era di nuovo un bambino, un bimbo piccolo su gambe malferme. Si appoggiò alla lancia. Era molto pesante, ma non osò lasciarla andare. Sapeva che sarebbe caduto, se l’avesse fatto. Scese; impiegò molto tempo, ma alla fine si trovò in piedi difronte alla pietra. La osservò, incapace di pensare. Osservò l’enorme apertura della tomba. Non voleva avvicinarsi, ma doveva. Sarebbe morto, naturalmente. Ma doveva andare. Indumenti. I lenzuoli del sudario. Un velo avvolto intorno a niente.

(Louis De Wohl, La lancia di Longino, Rizzoli 2016)

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