Uniti contro il terrorismo

In particolare a beneficio di qualche amico che me l’ha chiesto riporto a seguire (certamente con qualche divergenza di forma rispetto al parlato) quanto pronunciato alla manifestazione del 28 novembre 2015 “Uniti contro il terrorismo”, organizzata a Barcellona P.G. (Messina) dall’associazione Giovani Musulmani d’Italia ed alla quale sono intervenuto in qualità di responsabile dell’Osservatorio di pastorale sociale per il vicariato di Barcellona P.G. e in rappresentanza della comunità cattolica locale.

Oggi vorrei trasmettervi un messaggio di speranza, la speranza che il terrorismo può essere sconfitto e che ciò potrà avvenire a determinate condizioni e innanzitutto se tutti rifiuteremo la violenza.

È poi necessario che il confronto tra culture e religioni possa avvenire su un piano di ragione e consapevoli di condividere la stessa natura umana.

È necessario quindi tornare ai fondamenti, a quei principi comuni che certamente tutti qui oggi condividiamo: il rispetto della dignità della persona umana, la libertà di religione, una sana laicità che non emargini le religioni ma le consideri anzi un valore positivo per la società, la tutela della vita, il reciproco rispetto delle diverse identità e tradizioni.

Vorrei, inoltre, richiamare un modello positivo di confronto che viene da lontano nel tempo ma ritengo sia ancora attuale, mi riferisco all’incontro tra San Francesco d’Assisi e il sultano, avvenuto in un’epoca certamente conflittuale nella quale però i due riuscirono a parlarsi, pur nella diversità di opinioni, in maniera pacifica e con stima.

Infine, concludo leggendo un breve passo dal discorso del 24 gennaio 2015, proprio qualche giorno dopo l’attentato a Charlie Hebdo, che Papa Francesco ha tenuto al pontificio istituto di studi arabi e d’islamistica; ritengo sintetizzi bene quanto fin qui espresso e non necessiti di ulteriori commenti: «Bisogna fare attenzione a non cadere nei lacci di un sincretismo conciliante ma, alla fine, vuoto e foriero di un totalitarismo senza valori. Un comodo approccio accomodante, «che dice sì a tutto per evitare i problemi», finisce per essere «un modo di ingannare l’altro e di negargli il bene che uno ha ricevuto come un dono da condividere generosamente». Questo ci invita, in primo luogo, a tornare ai fondamenti. Quando ci accostiamo ad una persona che professa con convinzione la propria religione, la sua testimonianza e il suo pensiero ci interpellano e ci portano ad interrogarci sulla nostra stessa spiritualità. Al principio del dialogo c’è, dunque, l’incontro. Da esso si genera la prima conoscenza dell’altro. Se, infatti, si parte dal presupposto della comune appartenenza alla natura umana, si possono superare i pregiudizi e le falsità e si può iniziare a comprendere l’altro secondo una prospettiva nuova».

BLB

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