Isis e mafia, una storia già vista

Se dovesse risultare attendibile la notizia diffusa ultimamente anche da alcuni quotidiani nazionali secondo la quale l’ISIS avrebbe predisposto un documento strategico per la conquista dell’Italia, un aspetto tra i tanti risulterebbe di un certo interesse.

All’interno del documento, infatti, sembrerebbe essere contemplata la possibilità di stringere un’alleanza con la criminalità organizzata, giudicata un’organizzazione che, a fronte della debolezza dello Stato, detiene di fatto il controllo del territorio avvalendosi di armi ed equipaggiamenti adeguati e di un numero considerevole di “miliziani”.

L’idea dei capi dello Stato islamico sarebbe, dunque, quella di utilizzare in un primo tempo la forza delle mafie alleandosi con esse per poi sbarazzarsene in un secondo momento.

A ben guardare l’idea non è per nulla originale ed anzi è già stata attuata almeno due volte precedentemente.

Ci pensarono per primi i Piemontesi, quando si trattava di conquistare il sud durante il risorgimento.

Si badi bene, i sabaudi in quel caso strinsero accordi con i precursori di quella che sarebbe stata la moderna criminalità organizzata, da tenere ben distinta dal fenomeno del brigantaggio che invece nacque proprio per reazione alle persecuzioni ed ai soprusi che il popolo del sud dovette subire in quel periodo storico.

Si guardi il bel film di Pasquale Squitieri “Li chiamarono… briganti!” che proprio questi fatti racconta.

In una scena si vede il generale Cialdini a colloquio con uno di questi malavitosi al quale concede l’inserimento di affiliati all’interno delle forze di polizia chiedendogli in cambio di controllare il territorio e impedire reazioni popolari.

Al suo sottoposto successivamente il generale spiega che quando non sarebbero stati più utili, si sarebbe proceduto a spazzarli via.

Lungimirante la riflessione amara dell’interlocutore che esprime dubbi sull’effettiva possibilità di eliminarli in un secondo momento, cosa che poi, infatti, non avvenne.

Più recentemente, invece, toccò agli alleati stringere accordi con la mafia, quando, per favorire lo sbarco in Sicilia nel 1943, si rivolsero alle organizzazioni malavitose italo-americane presenti negli Stati Uniti per mobilitare i “picciotti” siciliani, di molto ridimensionati e spesso costretti alla fuga oltreoceano a causa delle azioni di polizia del prefetto di ferro Cesare Mori nella seconda metà degli anni ’20.

Anche in questo caso i mafiosi approfittarono della situazione non certo interessati strettamente alle azioni militari, ma per riconquistare quel potere che avevano perso e che da allora tengono ancora strettamente in pugno.

Se fosse davveroquesta, quindi, la strategia dei terroristi islamici, per quanto improbabile e surreale possa sembrare, i due precedenti storici non dovrebbero lasciarli ben sperare; per gli italiani onesti, invece, ancora una volta il futuro rischia, in ogni caso, di non essere dei più sereni.

BLB

Mafia Isis

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