Muro di Berlino: insegnamenti per i persecutori attuali

La politica antireligiosa socialcomunista nell’Europa orientale e le modalità della sua fine danno ancora, a venticinque anni dalla caduta del Muro di Berlino, lo spunto per alcune riflessioni di un certo interesse non solo per gli storici e gli studiosi in genere, ma anche per i governanti di quei Paesi retti da governi comunisti, dove tutt’oggi persiste una politica antireligiosa ed una legislazione apertamente persecutoria per nulla diversa da quella vista in Europa nel secolo scorso, così come per quegli Stati islamici teatro di gravi persecuzioni religiose soprattutto contro i cristiani.

Analogo discorso può però valere anche per quelle democrazie che ostacolano l’effettiva libertà e pratica religiosa ispirandosi ad una concezione di laicità fondata sulla decisione di ignorare, tra i fenomeni sociali organizzati, quello religioso, quando non addirittura di ostacolarlo direttamente, ma anche per Paesi come l’India, dove lo Stato non riesce a garantire un’effettiva tutela delle minoranze religiose, né una convivenza pacifica tra le varie confessioni, dimostrando che il sistema democratico  può anche migliorare le condizioni di vita e il rispetto dei diritti, ma da solo non basta a garantire la libertà.

Restando, dunque, alle cause della fine del comunismo nell’Europa orientale ci si accorgerà che perseguitare piuttosto che ignorare o ridurre alla sola sfera privata o intimistica la religione non serve a cancellarla, tanto che la fine dell’Unione Sovietica si determinò soprattutto per una resistenza fondata su valori religiosi, si pensi al cattolicesimo in Polonia, ma anche all’islam in Afghanistan.

Il fenomeno appare ancora più sorprendente poi, se si considera che tra i resistenti molti erano giovani studenti sottoposti per anni all’indottrinamento ateo e materialista nelle scuole di regime.

A conferma di ciò anche la cronaca recente sembra darci conferma: si pensi, ad esempio, alle proteste represse nel sangue nel 2008 nella Cina comunista come anche in Birmania l’anno prima, durante le quali una delle richieste dei manifestanti riguardava proprio una maggiore libertà religiosa.

Questo ovviamente non significa che anni di persecuzione e totalitarismo non abbiano lasciato ferite sia nella società che nelle singole persone; ne hanno lasciate ed anche di profonde, c’è un uomo da ricostruire, un tessuto sociale da ricomporre, un mondo da rifare se vogliamo, ma resta il fatto che il fattore religioso per l’uomo, per un popolo, è qualcosa di fortemente radicato e da tenere nella giusta considerazione – anche dal punto di vista legislativo – così da mettere in condizione tutti di esprimere liberamente la propria innata tensione verso le cose spirituali.

Diversamente non ci saranno muri abbastanza alti e solidi da potere contenere la giusta forza di un popolo che crede e che, presto o tardi, farà sentire la sua voce.

BLB

Muro di Berlino

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